LUCK8926 - Copia

Ogni maledetta domenica si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini.

Il calore del sole ed il pubblico a baciare i caschi, una giornata perfetta per giocarsi l’ultima partita di regular season. Una chimera, i playoff, ad una vittoria di distanza. Ciò che era intangibile, non è mai stato così vicino. L’esordio al ‘Franco Ossola’ di Varese contro una squadra esperta, nel derby contro i Gorillas, la bestia nera di queste stagioni.

Uno scenario emozionante, a cui il G TEAM è arrivato elettrizzato dalla vittoria contro i Tigers, ma martoriato dagli infortuni. Assenze ed emozione, la chiave dell’inizio.

I Gorillas partono forte, aggressivi e decisi, con gli occhi iniettati di sangue dopo una stagione costellata da più sconfitte del previsto. Il G TEAM non riesce a reagire e crolla, nel primo tempo, sotto i colpi di una squadra che sarebbe superiore a pieno organico, figuriamoci decimati.
Lo sconforto e la sensazione di averla persa dopo pochi minuti, altri infortuni da metabolizzare.
Di nuovo lì, sull’orlo di un precipizio.
40-0 alla pausa.
Risultato compromesso e niente in ballo. Le tacite speranze dell’inizio lasciate a bordo campo.
L’emozione, nella ripresa, era passata.

Il G TEAM comincia a svegliarsi, riesce a difendere. Risponde alle offensive di Varese. Riparte, si rialza.
Un altro spirito.

Andrea Macchi corre. Corre un metro dopo l’altro. Corre con tutta la squadra sulle spalle ed il fiato sospeso dei tifosi. Fino a due yard dalla end-zone. Fino a due yard dallo scrivere una pagina di storia in questo derby. La metafora di questa stagione: una corsa giunta a pochi centimetri dalla realizzazione di un sogno, dopo aver fatto tanta strada ed aver dato tutto.
Niente da fare.
48-0.

Una sconfitta pesante, un primo tempo in cui la squadra è sembrata spenta, molle. Una ripresa energica da cui ripartire.
Alle spalle le emozioni delle prime vittorie, della prima stagione in cui si è dato del filo da torcere a tutti. Alle spalle il primo piolo della scala.

Non sarà una partita a fermare la crescita e non sarà un primo tempo a fargli dimenticare chi sono diventati. Centimetro su centimetro, colpo su colpo. Vittoria o sconfitta.
Sconfitti, non perdenti. Uomini, non bambini.

“Ogni maledetta domenica si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini”.

Francesco Inverso

LUCK8279

Chi vede tutti gli esseri nel suo stesso Sé, e il suo Sé in tutti gli esseri, perde ogni paura.

Betto. Ruffato. Macchi. Sciuccati. Zambonini. D’Agostino. Firme su un capolavoro. Un sogno ad occhi aperti che si realizza. Crescere giorno per giorno, partita dopo partita. Fino ad arrivare alla vittoria. Soffrire e trionfare ancora. Il G TEAM ha salito ogni piolo di quella scala che l’ha portato ad evolversi. La scala che l’ha portato ad un passo dal sogno, così diverso rispetto alle origini.

Vincere. La parola tanto temuta solo un anno fa non è più una parola, ma un obiettivo. Provarci è diventato un dovere morale verso se stessi, in ogni incontro.

Betto. Ruffato. Macchi. Sciuccati. Zambonini. D’Agostino. E il G TEAM riscrive la propria storia. 67 punti realizzati, 0 subiti. Un quarto finale guardando il cronometro nel rispetto degli altri e la sensazione che tutto sia cambiato definitivamente. Passaggi e schemi, attacco e difesa. Ha funzionato praticamente ogni cosa.
E i Tigers non sono riusciti a reagire. Il punteggio non gli rende onore, ma ci hanno provato. Hanno dato tutto, anche la salute, meritandosi il rispetto di avversari e tifosi.

I grigioazzurri conoscono bene la sensazione che si prova quando il tabellino ti dice di mollare, quando le botte, gli errori e le sconfitte ti dicono di arrenderti. Lasciare il campo prima che sia troppo tardi.

Il G TEAM contro il G TEAM. Sabato sera è stato un po’ come rivedersi tre anni fa. Come una fiaba riavvolta fino a tornare all’inizio. ‘Once upon a time’, il riflesso in uno specchio. I Tigers avevano le stesse facce, gli stessi sospiri. La stessa voglia di crescere e lo stesso timore di non potercela fare.

Non era facile insistere quando tutto girava storto, è impossibile desistere ora che tutto gira bene. Sabato prossimo, contro i Gorillas, sarà tutta un’altra storia. Razionalità contro speranze. Certezza contro sorpresa. Dopo aver visto se stessi negli occhi dei Tigers.
Entusiasmo al massimo, paura al minimo. Tutti uniti per tentare l’impresa.

“Chi vede tutti gli esseri nel suo stesso Sé, e il suo Sé in tutti gli esseri, perde ogni paura”.

Francesco Inverso

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Non sempre i più veloci sono i migliori. L’importante è essere quello che resta in piedi.

L’attesa dopo tre settimane di allenamenti, dopo tre settimane senza giocare. La voglia di mettersi ancora alla prova, forti dei miglioramenti fatti. Contro i favoriti, contro la squadra più forte del girone. La smania di vincere ancora.

Due squadre diverse, in stati di forma differenti. Il G TEAM fisicamente in difficoltà, tanti giocatori in lista infortunati, i Wolverines, che in quel di Piacenza hanno costruito una squadra fisica e veloce, al top della condizione.
Partire, ancora una volta, da sfavoriti non è una sorpresa per i grigioazzurri. Non fa male l’idea di dover soffrire fino alla fine.
Partire subendo 8 punti nel primi 2 minuti? Quello si che fa male.
Pronti… via! Svantaggio.
Contro i più forti.

Avrebbe potuto abbattere chiunque, ma il gruppo, quest’anno, ha uno spirito diverso. Si rialza, riparte e ricomincia a macinare gioco. I muscoli si sciolgono, le mani si riscaldano. E Andrea Macchi riporta a contatto la squadra: 8-7. Prima parte di partita perfetta.

Nel secondo quarto, purtroppo, la musica cambia. Si spegne.
Il dolore. Il silenzio rotto da un urlo che ha squarciato la notte stessa. Pubblico, staff, arbitri. I giocatori di entrambe le squadre inginocchiate. Il fiato mozzato. Non c’è colore di fronte a certi infortuni, si è solo fratelli con una passione in comune. La passione che ti permette di mettere in gioco il tuo corpo a caccia di un risultato. È la bellezza dello sport. È la bellezza di questo sport. Colpi e rancori spariscono al fischio dell’arbitro, il rispetto prima di tutto e tutti. Tutti intorno ad Alessio Revello. Tutti ad applaudire la sua uscita dal campo.
Una lunga pausa, aspettare il ritorno dell’ambulanza per poter rientrare in campo. La testa altrove.

 Alla ripresa del gioco, il gruppo era spento, poco battagliero, ancora segnato psicologicamente dalla sventura del compagno. I Wolverines, invece, pronti ad approfittare delle difficoltà. Segnano, dominano. Si portano sul 35-7, ricacciando al mittente ogni iniziativa dei grigioazzurri. Sembrava nuovamente l’inizio della fine, l’inizio dell’imbarcata. Eppure.
Eppure il G TEAM avrà tanti difetti, ma non è arrendevole. La squadra non molla.

Nella ripresa, un cambio di passo. La paura del secondo quarto ha lasciato spazio alla grinta del terzo: la squadra aveva ricominciato a lottare. Yard su yard, down dopo down. Sul dolore. Sugli infortuni. Ancora lì, ancora vivi. Un lancio, una ricezione e Christian D’Agostino rimette il pallone oltre la linea: TD, contro tutto e tutti. Trasformazione alla mano, il segno di una squadra che non si arrende.
15-35.

I Wolverines, però, sono più forti e, prima della fine, riescono  a segnare ancora.
41-15: la fine delle ostilità.

La consapevolezza di aver saputo reagire, di non aver mai mollato. Gli avversari erano più forti, innegabile, ma il G TEAM, questa notte, ha scoperto la sua qualità: la tenacia.

Partita dopo partita si migliora, la competitività aumenta, come aumenta la consapevolezza di se stessi.
La squadra, adesso, se la gioca sempre. Con tutti.

“Non sempre i più veloci sono i migliori. L’importante è essere quello che resta in piedi”.

Francesco Inverso

LUCK7438

Quanto manca alla vetta? Tu sali e non pensarci.

È un lento percorso sulla via della felicità, una strada dissestata che porta a crescere e superare i propri limiti. Un sentiero che si inerpica, superando gli ostacoli, verso la cima, sfiorando i sogni.

Tre settimane dopo la storica vittoria contro i Cremona Tigers, la squadra dell’Head Coach Cobucci era attesa alla conferma sul campo dei Rams Milano, reduci dalla brillante vittoria contro i Gorillas.
I Rams e l’entusiasmo: le incognite sulla via del G TEAM.

Le aspettative erano alte, la sensazione di avere la possibilità di fare una grande partita, dopo aver squarciato il velo della sconfitta, era nell’aria, ma, fino al fischio d’inizio, i piedi sono rimasti per terra. Saldi al suolo ed alla paura che tutto fosse stato un fuoco di paglia. Attaccati al lavoro settimanale che li ha portati a segnare. Legati all’umiltà che li ha condotti fino alla prima vittoria.
Entusiasmo ed umilità.

Parte forte il G TEAM che, grazie al TD di Andrea Macchi, riesce addirittura a portarsi in vantaggio. Si lotta in campo e l’agonismo la fa da padrone. Nessuno vuole mollare e la tensione, dal terreno di gioco agli spalti, è palpabile. I gallaratesi chiudono il primo tempo sotto solo di 5 punti, gli schemi funzionano e i ragazzi si esaltano, capaci di giocarsela alla pari anche con la compagine milanese.

Nel secondo tempo la partita si fa ancor più dura fisicamente, il G TEAM ci prova in ogni modo, ma i Rams ribattono colpo su colpo. Agonismo e durezza. Il gruppo adesso gioca, lancia, riceve. I fantasmi degli ultimi anni sembrano scomparsi, mentre le difese di entrambe soffrono e gli attacchi appaiono in grande spolvero. Un altro TD di Andrea Macchi tiene i grigioazzurri ad un tiro di schioppo dalla squadra di casa, tiene tifosi e giocatori con gli occhi fissi verso l’obiettivo, verso la seconda vittoria. Ma non basta.

Fisicamente Milano scava il solco decisivo e va a vincere con il punteggio di 46–27.
Sconfitta, è vero, ma non c’è da abbattersi. Perché il tempo sta dando ragione alla compagine del presidente Coppe e gli sforzi stanno pagando. Perché 27 punti la prima squadra non li aveva realizzati nelle tre stagioni precedenti, adesso li ha messi a segno in una sola partita. Perché non deve esserci sconforto nel cuore di chi lotta fino alla fine, solo voglia di rivalsa.  Perché anche la montagna più ripida, con forza d’animo ed i giusti attrezzi, può essere scalata.

Quanto manca alla vetta?

Tu sali e non pensarci.

Francesco Inverso

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We can be heroes, just for one day

Quante emozioni ci sono negli ultimi 2 secondi? Quante emozioni nel sentire quel suono provenire dall’arbitro?
Il fischietto tra le labbra, l’ultima tensione in quattro quarti dopo una partita diversa dalle altre. Tornare negli spogliatoi, semplice; crederci, molto meno.

C’è chi vince sempre e chi non vince mai. Chi è abituato alle luci e chi vive nelle ombre.
Ci sono, però, giorni in cui chi vince sempre cade, per dimostrarci che anche i vincenti sono umani. Ci sono, però, giorni in cui chi non vince mai ha un moto d’orgoglio, per dimostrarci che ad essere tenaci, a volte si fa bene.
E a Cremona è stato uno di quei giorni, anzi. Una di quelle notti.

Se ce l’avessero detto dopo la sconfitta contro i Gorillas, non ci avremmo creduto. Se ci avessero detto quella sera, dopo aver faticato un’intera partita, che solo tre settimane dopo il mondo si sarebbe ribaltato, chi non avrebbe riso? Chi non avrebbe pensato al classico discorso motivazionale? G TEAM vincente e Gorillas perdenti nella stessa notte. Utopia, per i tifosi dei grigioazzurri. E invece.

Quattro anni di sconfitte, quattro anni a mangiare erba e terra bagnata tutte le settimane. A rischiare, a mettere in gioco il proprio corpo. Per passione. Per credere che anche chi ha perso sempre non è destinato a perdere per sempre.
Quattro anni ad allenarsi in attesa di quel momento. Aspettando una vittoria che non voleva arrivare.
Guardando gli altri festeggiare e chiedendosi che cosa non avesse funzionato. Quattro anni di attesa per un momento di gioia.
Quattro anni, tutti in un ultimo, dolcissimo, fischio.
Perché non tutti i fischi sono come gli altri e, quattro anni dopo, questo ha avuto tutto un altro sapore. We can be heroes, just for one day.

E’ solo la seconda uscita. Il lavoro da fare è ancora tanto, gli errori vanno corretti e le scelte migliorate, ma qualcosa è cambiato. Anche nel risultato, finalmente.

Francesco Inverso

LUCK6212

Mani fredde, cuori caldi: al G TEAM non riesce l’impresa

Gli esordi ed i derby hanno qualcosa in comune. Sono tesi e adrenalinici, ti spaventano e ti eccitano. Sono quelle partite che sono sempre una storia a parte all’interno di una stagione. Partite che nessun giocatore vorrebbe mai perdere. Sono momenti emozionanti singolarmente, figurarsi quando un derby è all’esordio. Una combinazione mortale di ambizioni e paura.

E il caso, a volte, è veramente strano: G TEAM vs. Gorillas. Gallarate vs. Varese. L’esordio. Il Derby.

Due squadre, quelle scese in campo nella fredda sera gallaratese, con obiettivi molto diversi. I Gorillas, reduci da un’ottima annata che li ha visti protagonisti e dominatori incontrastati del proprio girone, con l’intenzione di alzare ulteriormente l’asticella ed andare sempre più avanti nei playoff; il G TEAM, dopo la vittoria in preseason contro i Mastini di Ivrea, con la missione di riscattare una stagione negativa e scacciare il ricordo dell’ultimo derby.

Partita tesa, molto fisica, che nel primo tempo non lascia trasparire enormi differenze tra le due formazioni. Parte forte la squadra di casa che, nonostante i tanti infortuni e i pochi cambi, riesce con i denti e con lo spirito di sacrificio a tenere in equilibrio l’incontro, sorprendendo gli avversari in avvio con un ottimo recupero. Inizio di carattere che lascia intravedere i tanti miglioramenti fatti in fase offensiva e conferma le buone qualità della difesa, permettendo ai ragazzi di coach Cobucci di andare al riposo sul 10-0, dopo aver concesso un solo TD agli avversari.

G TEAM coraggioso, autore di un terzo quarto difensivamente eccellente, ma troppo condizionato dai tanti infortuni e dai pochi cambi che ne fiaccano la resistenza e la lucidità. Fatica che si accumula e porta, nell’ultimo quarto, la squadra a cedere all’esperienza e al fisico dei varesini, in grado di approfittare del momento e chiudere l’incontro sul 24-0. Punteggio forse troppo severo, ma che non deve demoralizzare il gruppo, tra le cui fila si segnalano le ottime prestazioni di Ruffato, autore di buone corse, e di Castiglione, l’Mvp dei suoi, che si iscrive a referto con un intercetto ed un buon numero di placcaggi.

Prestazione energica e gagliarda che soddisfa il capo allenatore gallaratese e sorprende giocatori e staff tecnico degli avversari, i quali, nelle dichiarazioni post partita, non possono non notare i grandi passi avanti fatti rispetto all’ultima, poco fortunata stagione.

Il risultato non sarà arrivato, ma siamo solamente alla prima giornata di una lunga stagione e sono partite così dure che permettono ai giocatori di crescere, senza paura e con la consapevolezza di aver imboccato, dopo tante difficoltà, la strada giusta.

Francesco Inverso

Articolo

Lo sport più bello del mondo. A saperlo.

Un argomento molto dibattuto e spesso acceso è quello della visibilità del football americano. In effetti si fa molta fatica a divulgarlo e renderlo assimilabile: troppi gli stereotipi ed i luoghi comuni. Dobbiamo però ammettere che per un pubblico calciocentrico come quello italiano le pause ad ogni azione, il calcolo delle yard mancanti, il concetto di attacco e difesa alternati possono rappresentare un grosso ostacolo alla fruibilità di questo sport.

In passato per pubblicizzarlo ci si affidava alla spettacolarità del contatto e alla replicazione del modello dei college USA. E così, negli anni 80, le squadre italiane lanciavano sul mercato giacconi e bomber con richiamo universitario. Da allora la moda e gli stili sono cambiati e il fascino del duro lavoro come veicolo per il successo non fa più leva come un tempo sulle giovani generazioni.

Inoltre, se per gli addetti ai lavori ogni gesto, ogni codice, ogni parola espressa in campo è chiara e cristallina, per il vasto pubblico risulta complicato. Anche i nostri tentativi di spiegare hanno effetto sui pochi interessati ma non riescono a raggiungere la massa. Rendere le cose semplici sarebbe la soluzione, genererebbe l’effetto della ripetizione. Così il bancomat che permise i pagamenti con un semplice codice ed una tessera ha fatto battere ai commercianti scontrini sensibilmente più alti…

Ciò su cui si può lavorare sono quindi gli strumenti. Guardare una gara di Formula 1 o un torneo di Golf su SKY rende semplice anche ai profani seguire l’evento. Senza arrivare a tanto, probabilmente, questo è comunque il percorso: dare strumenti al pubblico per comprendere e seguire il gioco nelle sue dinamiche.

 Di recente un attento conoscitore di Football, Luca Correnti, si è preoccupato di realizzare alcuni di questi strumenti. Si tratta della pubblicazione delle mini statistiche disponibili sul sito che raccoglie i dati del campionato di III divisione. Inoltre, sempre per dare visibilità, diversi team mettono disponibili in streaming le partite.

Dobbiamo mettere in funzione questi strumenti anche nelle nostre società. In che modo? Rendendone responsabili tuti i partecipanti alla società sportiva: giocatori, amici, genitori, ognuno con le sue capacità.

Facciamo alcuni esempi:

  • Creiamo redazioni per gli articoli, per la raccolta dei dati.
  • Costituiamo un gruppo di animatori che in maniera allegra e spiccia organizzi dei piccoli seminari da tenere presso le scuole, nel comune e nei luoghi di aggregazione ove illustrare e fisicamente far provare questo gioco (sottolineando inoltre la differenza dal rugby così che si vada dissolvendo l’eterna confusione).
  • Realizziamo filmati non solo tecnici ma che includano anche gli eventi importanti, sportivi e non, del team e che rendano cronaca anche delle sideline e dei collaboratori.

Questi strumenti sono realizzabili mettendo a frutto tutti i talenti, non solo sportivi, di coloro che ruotano attorno ai team.

Le energie delle dirigenze sono spesso concentrate principalmente sul reclutamento di giocatori, ritenuto la linfa della squadra. Probabilmente, rendendo più visibile il football, si avrebbe anche una più semplice attività di reclutamento in quanto le famiglie verrebbero a conoscenza non solo degli aspetti spettacolari ma anche dei valori fondanti che il nostro sport può trasmettere.

Il football è lo sport più bello del mondo, dobbiamo solo farlo sapere alla gente.

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Solo insieme

Nei mille e più oratori della nostra diocesi ambrosiana si è celebrata domenica la Festa di apertura degli oratori.

Insieme a catechisti, educatori e collaboratori, centinaia di allenatori sportivi hanno rinnovato il proprio impegno davanti alla comunità cristiana ed al Signore ricevendo il mandato educativo ed assumendosi così la responsabilità dell’educazione.

Lo slogan che la diocesi ha proposto per quest’anno oratoriano è “Solo insieme”, una proposta che invita ad un cammino comunitario in cui i ragazzi possano sentirsi chiamati per nome, conosciuti, incoraggiati ed amati. Un tema in cui ci sentiamo coinvolti pienamente attraverso l’attività sportiva, che si fa strumento pastorale con questo fine.

Rinnoviamo la nostra vocazione oratoriana all’inizio di questa stagione che sarà, lo si è capito fin di primi giorni di attività, faticosa ma ricca di felicità e bellezza.

Felicità e bellezza che si concretizzano nella comunità educante,  la cui missione è quella di curare la  qualità delle relazioni ponendosi accanto a genitori e familiari dei ragazzi, pronta a sostenerli nel loro ruolo per costruire una cultura di pace e di solidarietà fra le persone, valorizzando la loro unicità.

Cercheremo così, nel nostro piccolo e con grande umiltà, di formare una comunità dove la condivisione non sia limitata al campo e ad una palla ovale, ma si allarghi a relazioni autentiche e fraterne.

Comunicato ufficiale – 04.06.2014

Ringraziamo l’atleta Marianna Tessera che a partire dalla data odierna non sarà più tesserata dalla nostra Società.

La ringraziamo per il cammino di crescita umano e sportivo che abbiamo percorso insieme e per la visibilità ottenuta grazie ai suoi risultati, certi della sua gratitudine per il nostro impegno nell’avvio alla stupenda disciplina sportiva del Flag Football.

La Polisportiva Skorpions Varese ha riconosciuto al G TEAM un’indennità di formazione pari ad € 250,00 che, al netto del 10% versato alla Federazione, andrà a costituire un fondo destinato all’acquisto di materiale tecnico e sportivo per quanti si avvicinano alla pratica sportiva pur non avendone possibilità economiche.

 Il Presidente con il Consiglio Direttivo

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Down, set, hut! I Blue Eagle non si fermano.

Anche quest’anno scolastico 2013/2014 l’istituto Comprensivo G. Cardano – P. Lega di Gallarate ha partecipato ad un progetto sportivo: ci piace sperimentare per dar modo agli alunni di conoscere un nuovo sport.

L’intento è stato quello di promuovere l’attività sportiva per il benessere psico-fisico e sociale di una fascia di età sempre più critica e problematica, l’adolescenza.

Il progetto, intitolato “Flag football nelle scuole” è nato dalla collaborazione del nostro Istituto con il G TEAM di Gallarate, patrocinato dalla Regione Lombardia, dalla FIDAF e dal CONI, è stato proposto alle classi seconde e terze degli istituti secondari di I grado.

La nuova squadra mista di Flag football, unica rappresentativa partecipante per la Provincia di Varese,  è stata accolta con entusiasmo alla manifestazione Regionale organizzata dalla FIDAF e dal CONI svoltasi sabato 5 aprile presso la cittadella sportiva di Cernusco sul Naviglio – Milano.

Il progetto è partito a gennaio con delle lezioni ludiche durante le ore curriculari per permettere ai ragazzi di 2^ e 3^ di conoscere questa disciplina sportiva innovativa ed è proseguito il pomeriggio nelle ore del gruppo sportivo scolastico.

Il Flag Football nasce in America. Niente protezioni, niente caschi, niente scontri, né placcaggi (o blocchi o tuffi), ma molto divertimento. Non è necessario avere attrezzature particolari! Bastano una maglietta e calzoncini, scarpe da ginnastica e la tipica cintura con le bandierine (da cui il nome Flag football).

Promuovere lo sport nelle scuole è uno dei cardini della politica contemporanea, ma lo è in modo particolare quando lo sport si fa strumento per veicolare anche aspetti educativi e valori, come nel caso del Flag football, dove l’intelligenza e il gioco di squadra sono al centro della pratica.

Caratteristiche fondamentali di questo sport sono innanzitutto la solidarietà, cioè la responsabilizzazione di ciascuno al servizio dello spirito di squadra; il Flag football esige una disciplina esemplare, un rispetto del prossimo e delle regole; queste caratteristiche lo rendono un aiuto per quei ragazzi che spesso non riescono, per motivi di carattere fisico o comportamentale, a inserirsi nelle discipline più consuete (calcio, basket, volley) e che trovano una dimensione favorevole negli sport alternativi.

Il Flag football, praticabile sia dai ragazzi che dalle ragazze, permette di superare le difficoltà che sempre più spesso gli adolescenti incontrano nel praticare sport.

A causa della relativa complessità delle regole e dei numerosi elementi che intervengono nel gioco (arresto del portatore di palla, guadagno graduale del terreno, pallone non rotondo, scelta delle tattiche), questa disciplina stimola la formazione di giocatori intelligenti. Spirito di iniziativa e capacità decisionali sono gli effetti della gestione di situazioni critiche che il gioco può presentare durante il suo sviluppo.

La prima lezione è stata a dir poco strabiliante per i ragazzi che non avevano mai sentito parlare di questo sport e, per assonanza o reminiscenze televisive lo associavano chi al rugby, chi al Football americano, anche perché, proprio in quel periodo, si stavano svolgendo importanti eventi internazionali di entrambi gli sport a cui i media davano grande spazio.

Chiarita la differenza di gioco e, soprattutto, di forma della palla, entrambe ovali ma diverse, ci si è scontrati con un altro stereotipo nel modo di pensare al Football: “ci si picchia”; scontri, risse, ammucchiate che già facevano tramare le ragazze e i più timidi, mentre i più intraprendenti fremevano.

Niente di tutto questo, si è cominciato spiegando e condividendo una sola regola, il RISPETTO;  poi le tre parole magiche “DOWN, SET, HUT!” che danno il via ad ogni azione di gioco. Da lì è stato un susseguirsi di piccoli giochi che introducendo una regola alla volta, hanno portato tutti in poche lezioni a disputare una vera partita di Flag footbal.

Poi sono cominciati gli allenamenti, quelli seri dove si fa anche fatica, perché imparare e allenarsi costa sacrificio. Hanno provato in tanti: 30/35 le prime lezioni, poi sono rimasti in 23 e con questi si è costruita la squadra della scuola, anzi due squadre, con un unico nome: Blue Eagle. All’interno della stessa squadra due componenti, l’attacco e la difesa, con compiti e caratteristiche diverse: per ogni giocatore un ruolo e una responsabilità precisa. Si è cominciato a parlare del Quarterback, dello Snapper, del Runner, del Corner, del Blitzer e della Safety e di vari altri nomi dei giocatori in base al ruolo rivestito; di LOS, endzone, blitz, di yard, di snap, di down, le varie azioni di gioco e parti del campo. Tutto in inglese, anche le chiamate e le spiegazioni degli arbitri. Si è imparato così anche un po’ più di inglese…

Fin  dai primi allenamenti l’entusiasmo  e la voglia  di apprendere la nuova disciplina sportiva erano alle stelle. L’aver posto l’accento positivo sulle diversità, più che sulle somiglianze, è stato un punto di forza, infatti i ragazzi si sono sentiti investire di un ruolo ben definito in base alle loro caratteristiche caratteriali e fisiche, adatto ad ognuno  e nel quale si sono riconosciuti.

 L’esperienza dei ragazzi della scuola media G. Cardano – P. Lega di Gallarate non si ferma!

Dai primi passi mossi a gennaio nella palestra scolastica all’esordio nel torneo scolastico regionale a Cernusco sul Naviglio, i Blue Eagle hanno ottenuto una trasformazione a livello comportamentale, di serietà, di tecnica e tattica che ha permesso loro di stare in campo e giocare egregiamente con squadre più esperte. Nessuno mai avrebbe potuto aspettarsi, in così poco tempo, un così sorprendente impegno, passione e determinazione.

I giocatori (ma non dimentichiamo  le giocatrici) dei  Blue Eagle hanno dimostrato di sapersi divertire e, allo stesso tempo, di essere seri e molto determinati. Siamo arrivati a gareggiare alle fasi regionali dei Campionati Studenteschi organizzati dal CONI, con squadre formate da altrettanti alunni che si allenano insieme da oltre due anni, e tra di loro anche la squadra Campione d’Italia, elaborando strategie di attacco e di difesa, imparando a gestire la tensione, correggendo gli errori senza perdersi d’animo e lottando per far vedere quanto fosse importante partecipare per divertirsi ma con l’obiettivo di vincere. L’inesperienza non ci ha portato alla vittoria, ma i 6 punti del tanto agognato touchdown, la meta, li abbiamo portati a casa. Una grande soddisfazione, quasi una vittoria!

La squadra dei  Blue Eagle di Gallarate si è messa in luce per la correttezza durante le partite, per l’entusiasmo, la voglia di mettersi in gioco e la grinta.

La capacità direttiva dei Coach Pas e Gian, unitamente alla loro serietà e al loro entusiasmo, hanno permesso subito di creare all’interno del gruppo un rapporto di stima, fiducia e rispetto, riuscendo a far breccia nei cuori sia dei ragazzi che delle insegnanti che hanno seguito il progetto.

La grandissima soddisfazione è stata incorniciata dal parere favorevole degli arbitri e degli allenatori di altre squadre per la bravura dimostrata in campo e per i buoni risultati raggiunti in poco tempo dai Blue Eagle, sia durante la competizione regionale scolastica svoltasi a Cernusco sul Naviglio sia nell’amichevole sul campo di Madonna in Campagna di Gallarate svoltasi domenica 6 aprile.

Grazie alla preparazione dei Coach, alla loro sensibilità nel rapportarsi con i ragazzi e alla capacità di trasmettere la gioia e la passione che nutrono per questo sport, alcuni dei ragazzi hanno deciso di proseguire la loro esperienza anche al di fuori della scuola.

 Grazie a tutti i Blue Eagle: alle ragazze (Alice, Gaia, Matilde, Nada, Francesca e Miriam) ed ai ragazzi (Andrea, Edoardo, Nicolò, Nicholas, Pierluigi, Asad, Antonio, Alessandro, Francesco, Marco, Enrico, Kevin, Ivan, Alfredo, Gabriele, Imtiaz ed Alì).

 Grazie a Pas e a Gian, i nostri coach.

Le proff. Caterina e Carla