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Provaci ancora G TEAM

La seconda settimana del campionato di terza divisione ci regala una partita ricca di spunti  interessanti: Hammers Lario – G TEAM Gallarate.

Entrambe le squadre vengono da una stagione, la scorsa, avara di soddisfazioni, col peggior record di sconfitte (0-6) e il cambio dello staff tecnico.

 La prima giornata ha visto il G TEAM perdere in casa contro i rivali, i 65ers Arona, per 0 a 38, mentre gli Hammers hanno trionfato in casa dei Wolverines Piacenza per 8 a 26.

Per il G TEAM, alla sua seconda partecipazione ad un campionato Senior, è l’occasione per portare in campo tutto il duro lavoro fisico e tattico affrontato durante l’off-season e per dimostrare agli amici Hammers che dall’ultimo test Match (42-0) la  musica è decisamente cambiata.

 Una linea d’attacco tutta nuova e formata da ragazzi giovani ma anche molto fisici, capitanata da uno dei giocatori più esperti del G TEAM, il centro Joseph Monaco; una batteria di running back finalmente ben assortita, con alcuni giocatori molto veloci come Andrea Martinelli e altri molto fisici come Jacob Gallegos e Francesco Manocchio; ricevitori agguerriti e tecnici come il giovanissimo Luca Zambonini.

Queste le armi dell’attacco guidato da Tony Luccarelli che dalle ceneri della passata  stagione sta cercando una propria identità e che, grazie al grande lavoro dell’Head Coach Pasquale De Filippo e di Gianantonio Macchi, sembra finalmente avere trovata.

 Un discorso diverso merita la difesa: fulcro di ogni squadra di Football che si rispetti. I ragazzi, guidati dal Defensive Coordinator Gianluca Spinelli, hanno sempre dimostrato, in allenamento, una grinta e una compattezza degne del ruolo che ricoprono, non riuscendo, però, ad esprimerle la domenica sul terreno di gioco.

 Quest’anno la stagione sembra essere nata sotto un’altra stella: la partita contro Arona della scorsa settimana ha lasciato una luce di convinzione molto diversa negli occhi dei ragazzi. Finalmente supportata da una linea compatta e agguerrita,  la difesa del G TEAM, capitanata da Federico Bistoletti, ha tutta l’intenzione di conquistare, domenica 2 Marzo alle ore 15.00, l’House of Hammers ossia il campo sportivo Paina “A. Boffi” di Giussano.

 Buona Partita!

LUCKgteam

G TEAM – 65ers

“E’ andata benissimo”: questa è la risposta che lunedì davo a tutti coloro che mi chiedevano come fosse andata la partita. Poi ti chiedono il risultato e l’espressione cambia nel sentire che abbiamo perso 0 a 38. La risposta precedente viene presa come retorica di circostanza di colui che, sconfitto, cerca una ragione per cui essere felice. In realtà la giornata è andata veramente bene, anzi, benissimo.

Il clima era splendido a differenza dell’anno scorso quando invece,  avevamo la neve anche nelle mutande; il pubblico era più numeroso del solito; i nuovi giocatori sono tornati a casa galvanizzati dall’esperienza in campo; tutti i ragazzi hanno finalmente compreso il significato del “giocare insieme”; abbiamo avuto l’onore di un arbitraggio d’eccezione: Marco Sala, referee che i nostri giocatori videro per la prima volta nel superbowl di Parma quando, osservando dagli spalti, ancora non sapevano cosa fosse il football. Lo staff ha lavorato alacremente ricevendo molti complimenti per l’ospitalità mentre le mamme del G TEAM si sono prodigate per gestire l’angolo ristoro; le famiglie di entrambi gli schieramenti gridavano i nomi dei singoli giocatori come le fan per le rockstar: tutti ingredienti che hanno reso grandiosa la domenica.

Che dire poi degli ospiti: la squadra dei 65ers è più vecchia di noi di solo un anno eppure è vistosamente cresciuta. Ricordo ancora le prime partite di flag disputate insieme ed ora vediamo ragazzi che sono migliorati partita dopo partita ed un Quarterback che ha saputo mantenere freddezza e lucidità per tutto il match, anche quando, infortunato, ha lasciato il campo senza lamenti o rabbia.

Se proprio vogliamo parlare di note dolenti, dobbiamo sottolineare la nostra necessità di intensificare gli allenamenti di base: il nodo cruciale è stato il possesso di palla che veniva troppo spesso perso in modo plateale. Tuttavia lasciatemi dire: “niente che non si possa risolvere”.

Le scaramucce con la crew arbitrale vanno viste principalmente come un eccesso d’ansia per la tutela del morale dei propri giocatori piuttosto che di reali errori di chiamata. Pertanto non si può che scusarsi con coloro che per antonomasia vengono ritenuti sempre colpevoli di una partita persa. Bisogna sempre ricordarlo: gli arbitri non sono mai i responsabili di una sconfitta, una chiamata, anche se sbagliata, non può essere determinante.

La serata di è conclusa  al Route66, locale di Gallarate, davanti a bibite e birre, con sorrisi sulle labbra e racconti di episodi ironici che certamente negli anni assumeranno la valenza di atti storici, simili ad atti d’eroismo mai più eguagliabili.

Ora ditemi la verità, secondo voi, alla luce di tutto ciò… Com’è andata domenica?

#Ibelieve

#Ibelieve

Ci siamo, ora abbiamo anche un sito!

In questo luogo virtuale ci racconteremo ed avremo modo di interagire con voi, confrontandoci sui nostri cammini e sulle nostre attività, una delle cose che ci sta più a cuore.

La centralità di questo sito è occupata dal blog, dove troverete sempre qualcosa di noi: un articolo, un resoconto di un’attività a cui abbiamo preso parte, una “puntata” della nostra storia, un pronostico o un commento alle partite dei giorni precedenti.

Vogliamo condividere con voi ogni passo di questo cammino che sta diventando bellissimo e pieno di compagni di strada.

Tutto questo sotto un unico motto, #Ibelieve. L’hashtag è sinonimo di connessione, quella che vogliamo creare con quanti sono incuriositi dal nostro progetto, e di condivisione, quella dei valori oratoriani che cerchiamo sempre di trasmettere. I colori del G TEAM, l’azzurro e l’argento, danno colore al logo, disegnando una croce e dando risalto al motto: io ci credo!

E voi?

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Cos’è questa roba?

Tutto è cominciato una sera di novembre del 2010. Sto tornando a casa dalla palestra e mi accorgo che in oratorio ci sono accese le luci del campo da calcio. Entro incuriosito: serata freddissima e piovosa, un gruppo di persone che corrono, fanno esercizi e, saltando sul posto, contano all’unisono da uno a dieci.

Li guardo attentamente e, con stupore, li riconosco! Sono gli adolescenti della parrocchia: Fra, Federico, Matteo, Alessio, Andrea. Mia moglie Fiorenza ed io eravamo educatori degli adolescenti presso la parrocchia. Ma ci sono anche i loro papà: Valter, Paolo, Marco, Pas… Si stanno allenando per disputare una partita genitori contro figli in occasione della festa della Famiglia, il 29 gennaio 2011.

Penso: “Ma questi sono matti! Perché urlano? A calcio non si urla… Allora che cavolo di gioco è?”. Piove, fa freddissimo ma loro corrono nel fango, ridono e si divertono.

Pazzi! Hanno anche delle strisce di plastica gialle lungo i fianchi, si rincorrono e se le staccano a vicenda. Hanno in mano una palla… Sembra una palla ovale… ok, capito: è rugby! Ma queste strisce gialle a cosa servono?”

Chiedo e mi viene risposto: “No, questo è Flag football!” Ah, ora ricordo! Football americano, anni ’80, caschi, la telecronaca di Guido Bagatta… Ma quei giocatori si placcavano! Qui, invece, non c’è contatto. E anche a questo dubbio ricevo una spiegazione: “Questo è il regolamento: prova a leggerlo e fammi sapere cosa ne pensi”.

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Diversità e coerenza

Capita, a volte, di sentirci dire: “bellissimo progetto, c’è qualcosa di diverso in quello che fate”, e spesso cadiamo nella tentazione di definirci a nostra volta diversi, peccando di superbia.

Al termine “diverso”, non riuscendo a definire marcatamente un termine di paragone, preferisco la parola “coerente”.

Non vogliamo essere altro, se non coerenti. Perché sì, è vero, lo sport fa bene e questo è un nostro saldo punto di partenza. Ma fa bene contemporaneamente ed indissolubilmente al corpo e allo spirito, cioè alla persona nella sua interezza: la crescita atletica dei nostri ragazzi deve andare di pari passo con quella umana.

La società in cui viviamo non ci aiuta. Si è creata infatti una netta spaccatura tra i due elementi necessari alla lettura della realtà, l’intelligenza e l’affetto. L’ambiente che ci circonda è ricco di sapere tecnico e scientifico ma povero di educazione, di trasmissione e condivisione di valori: questo vale anche per lo sport purtroppo, che in questo ambito ha delle potenzialità enormi. Questa la nostra più grande sfida: parlare al cuore dei ragazzi.

In tutto ciò è illuminante un episodio della vita di don Bosco, citato recentemente dal nostro Arcivescovo in occasione della Peregrinatio in Diocesi dell’urna del santo. Quando domandarono a don Bosco come facesse ad educare i ragazzi la risposta fu: “Io li tiro su come mia madre tirava su noi in famiglia, di più non so”.

E in quel “di più non so” ci sono le mille e più tecniche che ci fregiamo di conoscere in più di lui: il segreto, in verità, è nel giusto equilibrio tra autorevolezza e abbraccio tenero verso gli altri.

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Una squadra di football

Il running back che con gesto atletico salta la linea…

Il linebacker che affronta il placcaggio con piglio sicuro…

Il ricevitore che si estende statuario verso il pallone in volo….

Allenatori che preparano i ragazzi, assistenti che si occupano delle routine, giocatori che mettono in campo energie. Raccoglieranno onori solo col sacrificio. Questo è football, lo hanno scelto.

E poi ci sono persone che devono sempre dare il massimo pur non segnando punti, anche loro secondo i propri talenti e quasi mai per scelta: sono i Sideline Footballers.

Sono i papà e le mamme degli atleti, educatori, amici che si son fatti trascinare nella brigata di bordo campo per essere d’aiuto.

Segnano il campo, riparano le attrezzature, puliscono gli spogliatoi, fanno foto e video, accudiscono i giocatori in campo, stilano statistiche, lavorano alle grafiche, scrivono gli articoli, preparano i panini e attaccano le locandine.

Lo fanno con gioia e responsabilità. Sanno che il compito assegnatogli è il loro e nessun altro lo potrà svolgere perché tutti occupati in altre mansioni.

Si alzano presto nel week end, viaggiano avanti ed indietro per il campo, sono costantemente in ritardo, sono i primi a soffrire per gli insuccessi, sono il volto della squadra, sono inventori nel risolvere problemi e spie nel carpire accorgimenti adottati dagli staff avversari, sono i primi a preoccuparsi e gli ultimi a festeggiare la vittoria, lavorano nell’ombra come scudieri per i cavalieri.

Il loro stipendio? Il sorriso dei giocatori e del pubblico, le congratulazioni per il loro operato.

La prossima volta, guardando una partita di football, diamo un’ occhiata anche ai bordi del campo: li vedrete al lavoro e capirete che una squadra di ottimi atleti e coach di lignaggio sarebbe inconcludente senza la sua brigata di bordo campo.